giovedì 24 settembre 2009

Mi hanno rubato l'ultima parola che avevo sulla punta delle dita, ce l'avevo in mano portata da un'onda del vento sul mare d'autunno.
Avrei voluto raccontare una storia diversa, avrei voluto raccontare la storia di un uomo di successo, di una donna in carriera, di un auto, una casa ed una buona famiglia, case, chiese e balli in piazza. Ma tutto ciò che adesso resta in ballo sono forse i miei ultimi pensieri e desideri su un letto di seta fradicio del mio sudore. Il sudore di una vita raccolto nel petto e conservato a lungo nella boccetta dei nostri ormoni. Testosterone.
Il testosterone è stato uno dei principali ingredienti di questa storia. Eppoi, i ferormoni. Un cuore di sangue che pulsa e batte senza mai aprirsi. Perché un po' sono sempre stato chiuso con lei. Questa è una storia di grandi scopate, di un grande amore e di grandi scopate. Sperma, sperma che scendeva dalla tua schiena tesoro, perché avevi paura che ti mettessi in cinta. Sperma, sperma conservato e poi gettato sulla tua pelle, non per terra, no, per terra no, per terra sarebbe stato un peccato gravissimo che ci avrebbe condotto dritti all'inferno.

Ricordi quella sera? Arrivai con l'aereo delle dodici e trentasette. Trentasette. Come un pupo con i palloncini nelle mani scesi da quell'affare per considerarne un altro di affare: te. La piazza dove ti avrei incotrata era vuota, decadente con una nebbia che mi nascondeva il capo e gli occhi buttati per terra ad aspettare e sospettare. E tu già non arrivavi mai. Pensavo alla mafia sarda. I terroristi. Un sequestro. Un assalto, un omicidio, un uomo rapinato, me disteso in quel vuoto con i rivoli di sangue dalla bocca e dal naso e la valigia aperta. Un ginocchio verso il cielo e il cuore lanciato all'inferno. Perché diavolo non arrivavi mai ed era solo l'inizio.

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