D'improvviso, salta fuori il suo viso da lontano. Prima sono i suoi occhi che come fari nella nebbia fanno luce intorno, come sonde si muovono alla ricerca di ciò che io avevo perduto nel viaggio e cioé di me stesso. Una testolina piccola accompagnata da lunghi capelli di un finto biondo ammaliante, un viso candido e leggero, tenue pelle delicata, dolcezza bianca tra i grigiori di una città vecchia, io invece sono nuovo di qui, il vecchio e il nuovo che s'incontrano per dar vita a qualcosa di altro. Un altro mondo. Un altro stato, un altro stato mentale s'impadronisce del mio corpo, strano come gli stati mentali possano rinchiudere il tuo intero corpo fatto di muscoli e carne in una gabbia del tempo fatta di eccitazioni e di ansia mescolate assieme. Il preludio di un accoppiamento sessuale. Il sangue che sale alla testa e irrora capillari, vene che pulsano, una leggera erezione che si cela sotto i jeans nuovi, tutto che inizia a gonfiarsi. Ma sono i suoi occhi che vanno a finire nel mio cuore che inizia a giocarci a ping-pong. Ping. Pong. I suoi occhi erano il mio ping pong.
Ci scontrammo proprio al centro, al centro dell'attenzione, come due atomi che si incontrano per dar luogo ad una reazione nucleare. Quando si esplode insieme si fanno fuochi d'artificio, quando lo si fa da soli si crea un enorme buco nero.
giovedì 24 settembre 2009
Mi hanno rubato l'ultima parola che avevo sulla punta delle dita, ce l'avevo in mano portata da un'onda del vento sul mare d'autunno.
Avrei voluto raccontare una storia diversa, avrei voluto raccontare la storia di un uomo di successo, di una donna in carriera, di un auto, una casa ed una buona famiglia, case, chiese e balli in piazza. Ma tutto ciò che adesso resta in ballo sono forse i miei ultimi pensieri e desideri su un letto di seta fradicio del mio sudore. Il sudore di una vita raccolto nel petto e conservato a lungo nella boccetta dei nostri ormoni. Testosterone.
Il testosterone è stato uno dei principali ingredienti di questa storia. Eppoi, i ferormoni. Un cuore di sangue che pulsa e batte senza mai aprirsi. Perché un po' sono sempre stato chiuso con lei. Questa è una storia di grandi scopate, di un grande amore e di grandi scopate. Sperma, sperma che scendeva dalla tua schiena tesoro, perché avevi paura che ti mettessi in cinta. Sperma, sperma conservato e poi gettato sulla tua pelle, non per terra, no, per terra no, per terra sarebbe stato un peccato gravissimo che ci avrebbe condotto dritti all'inferno.
Ricordi quella sera? Arrivai con l'aereo delle dodici e trentasette. Trentasette. Come un pupo con i palloncini nelle mani scesi da quell'affare per considerarne un altro di affare: te. La piazza dove ti avrei incotrata era vuota, decadente con una nebbia che mi nascondeva il capo e gli occhi buttati per terra ad aspettare e sospettare. E tu già non arrivavi mai. Pensavo alla mafia sarda. I terroristi. Un sequestro. Un assalto, un omicidio, un uomo rapinato, me disteso in quel vuoto con i rivoli di sangue dalla bocca e dal naso e la valigia aperta. Un ginocchio verso il cielo e il cuore lanciato all'inferno. Perché diavolo non arrivavi mai ed era solo l'inizio.
Avrei voluto raccontare una storia diversa, avrei voluto raccontare la storia di un uomo di successo, di una donna in carriera, di un auto, una casa ed una buona famiglia, case, chiese e balli in piazza. Ma tutto ciò che adesso resta in ballo sono forse i miei ultimi pensieri e desideri su un letto di seta fradicio del mio sudore. Il sudore di una vita raccolto nel petto e conservato a lungo nella boccetta dei nostri ormoni. Testosterone.
Il testosterone è stato uno dei principali ingredienti di questa storia. Eppoi, i ferormoni. Un cuore di sangue che pulsa e batte senza mai aprirsi. Perché un po' sono sempre stato chiuso con lei. Questa è una storia di grandi scopate, di un grande amore e di grandi scopate. Sperma, sperma che scendeva dalla tua schiena tesoro, perché avevi paura che ti mettessi in cinta. Sperma, sperma conservato e poi gettato sulla tua pelle, non per terra, no, per terra no, per terra sarebbe stato un peccato gravissimo che ci avrebbe condotto dritti all'inferno.
Ricordi quella sera? Arrivai con l'aereo delle dodici e trentasette. Trentasette. Come un pupo con i palloncini nelle mani scesi da quell'affare per considerarne un altro di affare: te. La piazza dove ti avrei incotrata era vuota, decadente con una nebbia che mi nascondeva il capo e gli occhi buttati per terra ad aspettare e sospettare. E tu già non arrivavi mai. Pensavo alla mafia sarda. I terroristi. Un sequestro. Un assalto, un omicidio, un uomo rapinato, me disteso in quel vuoto con i rivoli di sangue dalla bocca e dal naso e la valigia aperta. Un ginocchio verso il cielo e il cuore lanciato all'inferno. Perché diavolo non arrivavi mai ed era solo l'inizio.
martedì 22 settembre 2009
La prima parola. Fu la prima parola che diede inizio a tutto. In fondo da cosa si inizia se non dalla prima parola, da una prima lettera buttata lì per essere raccolta?
Furono le sue mani che si tesero per prenderla quella prima parola caduta a terra, un po' come una pietra, ma che ripresa, aveva il peso di una piuma. Mi venne in mente lo struzzo. Parole di struzzi, sì, proprio quelle, come quando ci si racconta qualcosa ma poi per la vergogna di averla raccontata si mette la testa sotto tre metri di sabbia per far tacere la bocca. Salata.
Una parola salata. Fu proprio una parola salata che diede vita a questa storia. La sua prima parola infatti fu "mare".
"Mare!", disse lei.
Voleva andare tutte le domeniche al mare. Un po' come un cattolico dice di voler andare tutte le domeniche in chiesa. Lei si voleva spiaggiare, spalmare sulla sabbia, restare ore e ore a bruciarsi coi raggi del sole che piano sarebbero filtrati nella pelle sempre più a fondo, facendo andare in tilt il DNA, sterminando cellule come radiazioni nucleari, spappolandole, dividendole, incenerendole, pelle secca che poi muore, anno dopo anno, senza più ricostruirisi, anno dopo anno il sole avrebbe fatto il proprio lavoro e da un lettino di sabbia lei sarebbe prima o poi passata in un lettino di ospedale, a fare chemioterapia. Cancro alla pelle lo chiamano. Tumore.
Furono le sue mani che si tesero per prenderla quella prima parola caduta a terra, un po' come una pietra, ma che ripresa, aveva il peso di una piuma. Mi venne in mente lo struzzo. Parole di struzzi, sì, proprio quelle, come quando ci si racconta qualcosa ma poi per la vergogna di averla raccontata si mette la testa sotto tre metri di sabbia per far tacere la bocca. Salata.
Una parola salata. Fu proprio una parola salata che diede vita a questa storia. La sua prima parola infatti fu "mare".
"Mare!", disse lei.
Voleva andare tutte le domeniche al mare. Un po' come un cattolico dice di voler andare tutte le domeniche in chiesa. Lei si voleva spiaggiare, spalmare sulla sabbia, restare ore e ore a bruciarsi coi raggi del sole che piano sarebbero filtrati nella pelle sempre più a fondo, facendo andare in tilt il DNA, sterminando cellule come radiazioni nucleari, spappolandole, dividendole, incenerendole, pelle secca che poi muore, anno dopo anno, senza più ricostruirisi, anno dopo anno il sole avrebbe fatto il proprio lavoro e da un lettino di sabbia lei sarebbe prima o poi passata in un lettino di ospedale, a fare chemioterapia. Cancro alla pelle lo chiamano. Tumore.
mercoledì 7 novembre 2007
domenica 4 novembre 2007
giovedì 1 novembre 2007
L'invidia è il mio peccato capitale. e pensare che ho anche i peccati provinciali: lussuria, accidia, limortaccitua, chetepossino, dammelalamela. Ci deve essere un'intera nazione di peccati, uno stato capitale, noi ci viviamo sopra perché non peccare? Perché peccare ci fa sentire in colpa, ma che colpa abbiamo noi se prima ce ne danno la possibilità e poi noi non prendiamo la colpa al volo, magari prendendola alla gola, un peccato di gola alla colpa, un colpo di gola, ma di gola profonda e non centra nulla la golosità, magari un po' d'avarizia e per quella magari basta addolcirsi la lingua con un po' di liquirizia che fa mandare tutto giù, anche il boccone più amaro. Lucano. Bere è un peccato o conduce semplicemente alla morte di chi si rode il fegato di rabbia? Rodersi il fegato è un problema da alcolisti anonimi e il radersi è la soluzione ai troppi peli sulla lingua? E lei continuava ad avere il muso. Ma continuava ad avere anche occhi e bocca. In pratica non cambiava mai la sua aria e dentro di lei non si respirava molto bene infatti. C'era puzzo di chiuso in lei. Preferisco chi pecca all'aria aperta, perlomeno te la da a vedere. Bisogna sempre darsela a vedere da soli è inutile. Nessuno te la da a vedere così tanto per fare. Lussuria. Godi piano ma godi godi. E sarebbe un peccato di superbia godere solo per se stessi? C'è chi ara e c'è chi ira, e naturalmente chiare, fresche, dolci acque. Battisti e Mogol. E come ai sette nani poi arriva la rabbia di non riuscire a colpire il principe azzurro allo stomaco perché troppo bassi, perché l'ira colpisce allo stomaco, ottima pugile e spesso fa rima con gelosia. Gola e gelosia, un binomio imprescindibile. Se io ti ingurgito non vorrò mai che nessun altro lo faccia al posto mio, sono geloso delle cose che mangio. Gelosissimo. Golosissimo.
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